Scrivo sull'onda dell'emozione della rabbia suscitatami dall'aver constatato, per l'ennesima volta, che quello che fino ad un anno fa costituiva il mio contesto familiare si fonda su canoni di diplomazia e modalità accoglienti che, tuttavia, comportano (o celano) ipocrisia e menzogne. Per questo e, soprattutto, per sfogare l'amarezza ed impedirle di ristagnare dentro ed incancrenirmi, mi sono decisa a scrivere anche se, temo, scantonerò il tema del titolo e, probabilmente, risulterò poco chiara.
Ho sempre sostenuto che il tradimento, sotto tutti i punti di vista, è un torto che si ripercuote contro chi lo attua prima che contro chi lo subisce dal momento che esso presuppone un bisogno, di qualunque tipo, che non si riesce a soddisfare con le risorse proprie o con quelle del proprio compagno/a di vita: e questo è indice di un deficit a doppio senso ossia del partner che non comprende l'esigenza insoddisfatta e, soprattutto, del "traditore" che, in primo luogo, non riesce a farsi assecondare e, dopo, cerca in altri piuttosto che in sé stesso, fonte di "conforto". Più che di un'arma a doppio taglio mi sembra un coltello senza impugnatura che, alla fine, lacera tutti i protagonisti senza distinzioni fra vincitori e vinti. Per ragioni più che scontate non racconto il mio vissuto che, comunque, ho scoperto essere analogo a quello di moltissime altre persone che hanno vissuto la mia stessa esperienza, eppure non posso non provare sdegno verso coloro che, dopo aver addebitato esclusivamente a me (ed al mio presunto desiderio di "troppa libertà") la colpa della rovina di una famiglia "felice", nel corso di pochi mesi hanno spalancato il cuore e le porte di casa all'improvviso e travolgente amore che (per mia grande fortuna) ha improvvisamente guarito le profondissime ferite cagionate dalla fine di un matrimonio decennale. E queste considerazioni indurrebbero a credere che io non abbia ancora rescisso definitivamente i legami emotivi e che mi senta ferita da quanto accade; ma non è così e qui entra in gioco la verità perché se mi fossi potuta confrontare con soggetti in grado d'assumersi la loro corresponsabilità e, soprattutto, d'accettare la mutevolezza di tutto ciò che è umano (inclusi rapporti, emozioni, sentimenti), non mi sarei sorbita tutte le frottole che ho ascoltato a proposito della mia separazione: tante e tali che, ad un certo punto mi sono ricordata dell'aforisma secondo cui "il bugiardo deve avere buona memoria"; e sulle quali, adesso, sorrido a dispetto del fatto che non mi rasserena sapere che i figli che ho generato (e che non definisco "miei" solo perché non amo gli aggettivi possessivi, meno che mai quando i rapporti si basano -o dovrebbero fondarsi- sul sentimento) si confrontano con un genitore che ha raccontato un'enorme quantità di menzogne e con un contesto incapace di rimanere saldo ed ancorato a valori come la coerenza e la schiettezza. Quali che siano le conseguenze so (e spero) d'essere capace d'affrontarle anche se rimango fermamente convinta che la verità sia sempre la scelta migliore: il problema è che, come i filosofi sostengono da millenni e come ha detto perfino il Cristo, "la verità rende liberi" e la libertà comporta della responsabilità che non tutti sono (meglio, siamo) pronti ad assumersi. La conclusione è che, comunque, possiamo scegliere la bugia che ci è più congeniale (a condizione di ricordare cosa abbiamo detto, a chi e, soprattutto, di mantenere coerente tale versione con tutti, quantomeno verso quelli che si conoscono fra loro), dire una bella bugia piuttosto che una brutta verità, smussare i toni di una verità troppo spigolosa od affrontarla direttamente senza tergiversare: non ci sono formule perfette ed adeguate ad ogni contesto, auguro a ciascuno di trovare la migliore e, soprattutto, di non lasciarsi perturbare dalle "maschere" degli altri!