Provo delusione per l'ultima sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato che i responsabili di delitti commessi avvalendosi del metodo mafioso o per agevolare l'associazione mafiosa non debbano sempre e necessariamente essere sottoposti alla custodia cautelare in carcere. Viene applicato il principio, indispensabile per adeguare la norma astratta alla fattispecie concreta, secondo cui ogni caso è una storia a sè e necessita di una specifica e singola valutazione; e questo posso ritenerlo accettabile per tutti gli altri delitti in relazione ai quali lo stesso giudice aveva demolito la cosiddetta "presunzione di pericolosità" che legittima la carcerazione preventiva: a volte infatti, anche nei casi che maggiormente toccano la sensibilità e la coscienza (come l'omicidio o lo stupro), l'intero contesto concreto è tale da rendere assolutamente sproporzionata l'applicazione del regime detentivo ed in altre occasioni l'illecito è la conclusione di un percorso estremamente travagliato in cui i ruoli di vittima e di carnefice sono stati alternativamente rivestiti da entrambi i protagonisti. Ma, tornando alla pronuncia del 25 marzo 2013, quando si parla di contiguità mafiosa, non si può. E non si deve, perché questo significa avallare o, quantomeno, giustificare un sistema che va scardinato radicalmente, a monte, in tutte le sue forme, occasioni e manifestazioni; e, per converso, avallare l'inefficienza e la latitanza dello stato e delle sue regole. Se, infatti, la pubblica amministrazione soddisfacesse pienamente le richieste dei cittadini, se le istanze di protezione e di giustizia trovassero un rapido ed effettivo riscontro, se ciascuno potesse conoscere i propri diritti e fruirne in maniera semplice con la consapevolezza degli obblighi che agli stessi corrispondono e la coscienza di volerli adempiere affinché l'intero sistema funzioni, la criminalità non troverebbe alcuno spazio per organizzarsi od associarsi sotto alcun nome ed a qualsiasi livello (anche economico e politico). Così non è e, tuttavia, l'amarezza non è l'ultima parola: nel mio quotidiano ritrovo ancora il desiderio d'adeguare e conformare il mondo reale a quest'ultimo ideale (meglio, legale) e, leggendo altra decisione che tutela il (mero) convivente cacciato pretestuosamente ed ingiustamente dal partner, mi rendo conto che la legge non è uguale per tutti perché (purtroppo o per fortuna) i giudici non sono tutti uguali.....
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