venerdì 20 settembre 2013

Come cambiare il finale (e l'intera storia!)

Fra le mille fortune ricevute nell'infanzia credo che la più grande sia stata la presenza di un nonno colto, paziente e disponibile ad accettarmi come "bastone della sua vecchiaia" (mentre oggi, le incombenze legate alla genitorialità, vengono sempre più frequentemente vissute come un "peso", ma questo è un altro discorso che nulla ha in comune con il tema di oggi); in quest'ottica ho condiviso con lui l'amore per la musica lirica e, in particolare, per la Cavalleria Rusticana che, come tutti i bambini capaci di ripetere fino all'infinito qualcosa che è loro piaciuto fin dal primo impatto, potevo ascoltare addirittura tre volte al giorno e, per stemperare il finale cruento, ascoltato con grande gioia il finale rassicurante, rispetto all'originario realistico e cruento. Lo stesso nonno, infatti, aveva creato alla storia un'appendice secondo la quale Alfio, dopo l'uccisione di Turiddu, beneficiando della possibilità di sostenere e provare che si era trattato di un "omicidio a causa d'onore" sarebbe rimasto libero (vengono i brividi a constatare che questa fattispecie scriminante è stata abrogata soltanto nel "recente" 1981!!) ma, sulla scorta del medesimo senso dell'onore, avrebbe abbandonato a sè stessa Lola, moglie infedele, per occuparsi di Santuzza e riabilitarla davanti alla collettività secondo cui ella era da emarginarsi poiché "disonorata". Di quest'esperienza trovo ancora le tracce nelle favole che racconto e secondo le quali, recentemente, dopo il giudizio del tribunale delle Eumenidi Oreste è stato prosciolto a condizione di diventare mediatore di tutte le coppie in conflitto affinché fra le stesse (con modalità diverse a seconda dei casi: dalla riconciliazione alla radicale separazione) i conflitti non sfocino più in fiumi di lacrime e sangue (credo che tutti i tragediografi occupatisi del personaggio si stiano rivoltando nella tomba e che, quando giungerò nella mia, troverò Clitemnestra ed Agamennone pronti ad infliggere alla mia anima torture adeguate a tale dissacrante versione); ed hanno coinvolto anche Proserpina che, dopo il rapimento da parte di Ade, ha deciso di cambiare lo stile del mondo degli inferi riempiendolo di specchi, cristalli, quadri ed accessori d'ogni genere che le rendono gradevole il soggiorno obbligato in quel luogo divenuto una villa, sia pure sotterranea. Analoga fantasia, mi ha indotta ad ipotizzare una diversa conclusione per il dramma della Carmen di Bizet,  soprattutto dopo aver assistito ad una delle più belle rappresentazioni della stessa a gennaio dello scorso anno (affermazione discutibile come lo sono i gusti in generale, ma resa con la conoscenza e la cognizione di chi ha visto a teatro ben sei diverse messe in scena della stessa). Partendo dalla considerazione che Don Josè ritiene Carmen responsabile di tutte le sue vicissitudini (a ragione od a torto nella misura in cui lei lo ha sedotto ed indotto a disertare lavoro e famiglia e, per converso, lui  -dopo aver permesso che ciò accadesse- ha ritenuto di poter colmare il vuoto lasciato da tale perdita con il sentimento ed il legame possessivo verso la donna, da sempre dichiaratamente "votata" alla libertà) e, per questo, decide di ucciderla la svolta del loro ultimo incontro avviene grazie a Mercedes e Frasquita, le amiche di Carmen a cui la stessa ha serenamente confidato d'essere pronta ad affrontare il suo ex amante, che -anziché allontanarsi come avviene nell'originale- reagiscono ripartendosi il compito d'allertare Escamillo e Micaela: il primo, impegnato nell'arena in una corrida trionfale, lascerà scappare il toro che scatenerà uno scompiglio incontenibile nella piazza dove si trovano Carmen e Don Josè che verranno separati dalla folla in tumulto; la seconda, accorsa a dispetto del pericolo, lo trascinerà via e lo riporterà definitivamente al paese natale, dove tutti ignorano lo scandalo in cui egli è stato coinvolto, ricordandogli che lei lo ama e, sulla base di questo, non soltanto egli non ha perduto tutto ma, per di più, ha l'occasione di ritrovare la propria vita.
Ho cianciato fin troppo lasciando galoppare la fantasia: chi ne avesse il desiderio potrà continuare. A me basta l'ideale d'essere riuscita a costruire e/o a dare spunto per elaborare una conclusione migliore, almeno in questo: per quanto riguarda la vita reale è un work in progress

mercoledì 4 settembre 2013

tanto lontano quanto vicino

La settimana di vacanza trascorsa quest'anno è stata l'occasione per scoprire una pace interiore che, prima d'ora, non m'era mai accaduto di provare: non so se la libertà più importante sia stata quella consistente nello svincolarsi dalle incombenze quotidiane legate alla gestione di casa, famiglia e lavoro o nella scelta deliberata di interrompere qualunque connessione di natura virtuale per concentrarsi sulla vita reale. E questa nuova dimensione ha continuato ad estendere i suoi benefici effetti nel ritrovato piacere della curiosità e della ricerca come punto di partenza verso la conoscenza attraverso tutti gli itinerari e gli strumenti disponibili; così mi è accaduto di riprendere in mano un mappamondo luminoso, segnare i confini dei diversi continenti ed accorgermi che la Siria, ennesimo Stato protagonista di sanguinosi conflitti interni, è veramente ad un passo da noi. Come, in fondo, lo sono la Turchia e l'Egitto che hanno già fornito un ampio contributo di guerre civili in un passato neanche troppo remoto. E, con lo smarrimento di chi si sente responsabile del e per il futuro, mi domando se veramente ci ritroviamo su una polveriera che rischia di renderci tutti polvere e, soprattutto, per quali ragioni davanti a problemi di tale entità l'informazione televisiva continua a cincischiare sulle inconsistenti ed inconcludenti beghe animate dai politici. Forse per le stesse ragioni per le quali accade che il tempo e la vita siano sprecati e logorati per futili banalità ed in nome di rancori passati piuttosto che non valorizzati e migliorati nel presente e per l'avvenire. Chi vivrà vedrà.

giovedì 20 giugno 2013

reati contro la persona

Stamani, nel tentativo di vincere la svogliatezza indotta dal caldo e dalle mille remore che mi assalgono ogniqualvolta devo scrivere per ragioni di lavoro, mi sono dedicata a leggere le sentenze del periodico giuridico a cui sono abbonata e, fra le altre, ho rinvenuto una decisione della corte d'appello di Napoli risalente allo scorso febbraio che mi ha decisamente colpita perché permette di comprendere come, nel corso del tempo, possa cambiare la sensibilità e la valutazione sociale di determinati atteggiamenti, anche e soprattutto di quelli inerenti la sfera più intima della persona. In effetti trent'anni fa nessun giudice si sarebbe pronunciato in maniera analoga e devo riconoscere che, mio malgrado, sono stata costretta a verificare che in alcuni contesti (a volte più prossimi di quanto non si possa pensare) la mera esistenza formale del vincolo coniugale, consente di avallare e giustificare condotte che prescindono radicalmente dalla sfera affettiva e dalla lealtà che dovrebbero sostenere una relazione tanto importante. Riporto la massima del provvedimento, oltre che per l'interesse alla conoscenza ed all'informazione, per ricordare a me stessa ed a tutti coloro che subiscono od hanno sperimentato abuso e violenza che, al di là del rispetto per la differenza di opinioni, convinzioni e convenzioni sociali, esistono dei limiti che non vanno e non devono essere mai oltrepassati e che la violazione delle regole merita sempre sanzione e rieducazione, nella mente e nello spirito prima che nel corpo.
"In tema di violenza sessuale l'esistenza di un rapporto di coniugio accompagnato da effettiva convivenza non esclude, di per sè, la configurabilità del reato (di violenza sessuale) dovendo ritenersi che non sussista un diritto assoluto del coniuge al compimento di atti sessuali come mero sfogo dell'istinto sessuale anche contro la volontà dell'altro coniuge... ponendosi in contrapposizione rispetto ai sentimenti di rispetto, affiatamento e vicendevole aiuto e solidarietà fra le cui espressioni deve ricomprendersi anche il rapporto sessuale" (Corte Appello Napoli, IV sezione penale, 23.1.2013, n. 389)

domenica 26 maggio 2013

La crisi nella società che usa e getta

Da qualche giorno la catena di suicidi provocati dalla disperazione indotta dalla mancanza di risorse economiche sembra essersi arrestata: non so se ciò sia dovuto alla circostanza che l'attenzione dei media si volge continuamente verso temi ed argomenti nuovi o dal fatto che si stia creando un clima di lungimiranza tale da rendere concreta la consapevolezza che ogni problema può essere risolto. A fronte della situazione penso che siamo stati abituati a dare precedenza e priorità alle nostre personali ed egoistiche esigenze e ad adoperarci per appagare tutti i nostri bisogni materiali, spesso nel tentativo di compensare il progressivo svilimento dei rapporti interpersonali caratterizzati da fiducia e sostegno reciproco e di riempire il deserto interiore provocato dall'aver sostituito l'essere con l'avere, le cose con i valori, i beni materiali con le risorse affettive personali. Lo dico impietosamente e senza giri di parole perché, da un lato, credo che nei frangenti come questo andare avanti è possibile soltanto se si uniscono le forze e ciascuno fornisce il proprio contributo, piccolo o grande che sia; dall'altro sono stanca della sostanziale incoerenza manifestata da tutti coloro che invocano la difficoltà economica per non ottemperare ai loro impegni e, dall'altro, programmano spese più o meno consistenti per l'immediato futuro. In proposito è eclatante il caso di una donna che,  determinatasi ad una separazione con condizioni assolutamente sproporzionate per la salvaguardia della propria incolumità ed il bene dei figli, le ha viste ridimensionare e riequilibrare in suo favore dal giudice e, uscendo dal tribunale con l'ex coniuge stravolto dall'intervenuto cambiamento, gli ha proposto di tenere tutti i mobili che lei avrebbe dovuto portare via da casa; e si è sentita rispondere in prima battuta che l'aumento dell'assegno per i figli minori doveva intendersi comprensivo degli assegni familiari da lui percepiti e delle spese straordinarie per le attività ludico-sportive dei bimbi; e, subito dopo, che era opportuno che i mobili fossero portati via al più presto perché lui avrebbe smontato quanto prima la stanza da letto (in cui, aggiungo con l'acredine d'una zitella, forse si sentiva a disagio la sua nuova compagna, entrata in casa pochissimi giorni dopo quello in cui la signora se n'era andata). Ho citato questa vicenda anche per un'altra ragione: per anni la moglie era stata estremamente attiva e funzionale al marito che grazie a lei aveva ottenuto innumerevoli ed insperati benefici ma, alla nascita del primo figlio, aveva delegato il proprio ruolo ai suoi genitori concentrandosi prevalentemente sulla sua realizzazione personale e professionale mentre lei, svilendosi in maniera assolutamente censurabile, si era lasciata assorbire e fagocitare dalle incombenze della genitorialità, fino a quando lo squilibrio fra le due posizioni è divenuto tale da trasformarsi in un'inconcludente serie di reciproche rivendicazioni e provocazioni tali da rendere intollerabile una convivenza che, dieci anni prima, aveva tutti i presupposti e l'occorrente per essere stabile e duratura; come accennato, appena la signora è uscita da casa la porta è stata aperta ad un'altra donna, ex fidanzata del marito che, adesso, vive felicemente con lei e, per converso, trova insopportabile la stessa esistenza della ex moglie che, in un passato non troppo lontano, era stata persino capace di permettergli di ritornare al proprio posto di lavoro stravolgendo orientamenti e prassi di un ministero governativo. Questo mi ha suscitato l'impressione che il loro, al di là della durata temporale, sia stato un rapporto "usa&getta" ed il sospetto che in questo periodo ci siano tante, troppe relazioni improntate allo stesso principio. A me è stato insegnato che non si butta nulla e che si deve imparare a fare con ciò che si ha, quindi gli oggetti, gli affetti, le energie si cambiano, si trasformano, si rinnovano e si accetta che diventino altro, anche se tutt'altro rispetto a ciò che erano all'inizio o all'uso ed all'immagine di cui fruiamo quotidianamente; per questo ritengo che, se e nella misura in cui noi stessi rimaniamo coinvolti e vittime di questo sistema, ne resteremo sopraffatti e schiacciati sia perché, prima o poi, saremo gettati via noi stessi (con le inevitabili conseguenze di ordine pratico e psicologico) sia perché le ansie e le paure generate dai contesti di maggiore difficoltà come quello odierno devono essere superate mettendosi immediatamente e concretamente al lavoro per realizzare risultati che sono la dimostrazione che, comunque, si può e si deve andare avanti. Se, per un attimo, ci fermassimo a ricordare che i nostri nonni hanno affrontato e superato un contesto in cui, quotidianamente, era difficile perfino trovare il pane, comprenderemmo che noi, che viviamo in una società dotata di una miriade di benefici in più rispetto alla loro, possiamo trasformare le difficoltà di ogni giorno nel miracolo dell'essere riusciti a viverlo.

domenica 5 maggio 2013

diritto senza giustizia

Provo delusione per l'ultima sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato che i responsabili di delitti commessi avvalendosi del metodo mafioso o per agevolare l'associazione mafiosa non debbano sempre e necessariamente essere sottoposti alla custodia cautelare in carcere. Viene applicato il principio, indispensabile per adeguare la norma astratta alla fattispecie concreta, secondo cui ogni caso è una storia a sè e necessita di una specifica e singola valutazione; e questo posso ritenerlo accettabile per tutti gli altri delitti      in relazione ai quali lo stesso giudice aveva demolito la cosiddetta "presunzione di pericolosità" che legittima la carcerazione preventiva: a volte infatti, anche nei casi che maggiormente toccano la sensibilità e la coscienza (come l'omicidio o lo stupro), l'intero contesto concreto è tale da rendere assolutamente sproporzionata l'applicazione del regime detentivo ed in altre occasioni l'illecito è la conclusione di un percorso estremamente travagliato in cui i ruoli di vittima e di carnefice sono stati alternativamente rivestiti da entrambi i protagonisti. Ma, tornando alla pronuncia del 25 marzo 2013, quando si parla di contiguità mafiosa, non si può. E non si deve, perché questo significa avallare o, quantomeno, giustificare un sistema che va scardinato radicalmente, a monte, in tutte le sue forme, occasioni e manifestazioni; e, per converso, avallare l'inefficienza e la latitanza dello stato e delle sue regole. Se, infatti, la pubblica amministrazione soddisfacesse pienamente le richieste dei cittadini, se le istanze di protezione e di giustizia trovassero un rapido ed effettivo riscontro, se ciascuno potesse conoscere i propri diritti e fruirne in maniera semplice con la consapevolezza degli obblighi che agli stessi corrispondono e la coscienza di volerli adempiere affinché l'intero sistema funzioni, la criminalità non troverebbe alcuno spazio per organizzarsi od associarsi sotto alcun nome ed a qualsiasi livello (anche economico e politico). Così non è e, tuttavia, l'amarezza non è l'ultima parola: nel mio quotidiano ritrovo ancora il desiderio d'adeguare e conformare il mondo reale a quest'ultimo ideale (meglio, legale) e, leggendo altra decisione che tutela il (mero) convivente cacciato pretestuosamente ed ingiustamente dal partner, mi rendo conto che  la legge non è uguale per tutti perché (purtroppo o per fortuna) i giudici non sono tutti uguali.....

venerdì 3 maggio 2013

Parole grosse, per cominciare

"L'amore ci fa diventare buoni. Non importa chi amiamo e non importa nemmeno essere corrisposti o che la relazione sia stabile. E' sufficiente l'esperienza di amare: è questa che ci trasforma" (I. Allende, Il quaderno di Maya). Aggiungo che essere e sentirsi amati è altrettanto importante, perché è l'energia più forte e migliore che possa alimentare la stessa vita