domenica 25 maggio 2014

le conseguenze della verità

Scrivo sull'onda dell'emozione della rabbia suscitatami dall'aver constatato, per l'ennesima volta, che quello che fino ad un anno fa costituiva il mio contesto familiare si fonda su canoni di diplomazia e modalità accoglienti che, tuttavia, comportano (o celano) ipocrisia e menzogne. Per questo e, soprattutto, per sfogare l'amarezza ed impedirle di ristagnare dentro ed incancrenirmi, mi sono decisa a scrivere anche se, temo, scantonerò il tema del titolo e, probabilmente, risulterò poco chiara.
Ho sempre sostenuto che il tradimento, sotto tutti i punti di vista, è un torto che si ripercuote contro chi lo attua prima che contro chi lo subisce dal momento che esso presuppone un bisogno, di qualunque tipo, che non si riesce a soddisfare con le risorse proprie o con quelle del proprio compagno/a di vita: e questo è indice di un deficit a doppio senso ossia del partner che non comprende l'esigenza insoddisfatta e, soprattutto, del "traditore" che, in primo luogo, non riesce a farsi assecondare e, dopo, cerca in altri piuttosto che in sé stesso, fonte di "conforto". Più che di un'arma a doppio taglio mi sembra un coltello senza impugnatura che, alla fine, lacera tutti i protagonisti senza distinzioni fra vincitori e vinti. Per ragioni più che scontate non racconto il mio vissuto che, comunque, ho scoperto essere analogo a quello di moltissime altre persone che hanno vissuto la mia stessa esperienza, eppure non posso non provare sdegno verso coloro che, dopo aver addebitato esclusivamente a me (ed al mio presunto desiderio di "troppa libertà") la colpa della rovina di una famiglia "felice", nel corso di pochi mesi hanno spalancato il  cuore e le porte di casa all'improvviso e travolgente amore che (per mia grande fortuna) ha improvvisamente guarito le profondissime ferite cagionate dalla fine di un matrimonio decennale. E queste considerazioni indurrebbero a credere che io non abbia ancora rescisso definitivamente i legami emotivi e che mi senta ferita da quanto accade; ma non è così e qui entra in gioco la verità perché se mi fossi potuta confrontare con soggetti in grado d'assumersi la loro corresponsabilità e, soprattutto, d'accettare la mutevolezza di tutto ciò che è umano (inclusi rapporti, emozioni, sentimenti), non mi sarei sorbita tutte le frottole che ho ascoltato a proposito della mia separazione: tante e tali che, ad un certo punto mi sono ricordata dell'aforisma secondo cui "il bugiardo deve avere buona memoria"; e sulle quali, adesso, sorrido a dispetto del fatto che non mi rasserena sapere che i figli che ho generato (e che non definisco "miei" solo perché non amo gli aggettivi possessivi, meno che mai quando i rapporti si basano -o dovrebbero fondarsi- sul sentimento) si confrontano con un genitore che ha raccontato un'enorme quantità di menzogne e con un contesto incapace di rimanere saldo ed ancorato a valori come la coerenza e la schiettezza. Quali che siano le conseguenze so (e spero) d'essere capace d'affrontarle anche se rimango fermamente convinta che la verità sia sempre la scelta migliore: il problema è che, come i filosofi sostengono da millenni e come ha detto perfino il Cristo, "la verità rende liberi" e la libertà comporta della responsabilità che non tutti sono (meglio, siamo) pronti ad assumersi. La conclusione è che, comunque, possiamo scegliere  la bugia che ci è più congeniale (a condizione di ricordare cosa abbiamo detto, a chi e, soprattutto, di mantenere coerente tale versione con tutti, quantomeno verso quelli che si conoscono fra loro), dire una bella bugia piuttosto che una brutta verità, smussare i toni di una verità troppo spigolosa od affrontarla direttamente senza tergiversare: non ci sono formule perfette ed adeguate ad ogni contesto, auguro a ciascuno di trovare la migliore e, soprattutto, di non lasciarsi perturbare dalle "maschere" degli altri!
 


venerdì 23 maggio 2014

da una stagione all'altra

In questi giorni mi capita di riflettere su come e quanto siamo diventati "dis-umani" e finiamo, quotidianamente e sistematicamente, per aggredirci e/o sfogare sugli altri le nostre rabbie ed i nostri malumori; credo che la fretta e l'incapacità di aspettare siano le principali responsabili delle ansie che ci assalgono e travolgono e penso che questo desiderio impellente ed improcrastinabile di felicità sia soltanto il tentativo di colmare i nostri vuoti interiori, aumentati a dismisura da un contesto generale instabile, precario, in cui sembra non esistere più certezza neanche rispetto a valori fondamentali come la giustizia.
A distanza di mesi mi sono ritrovata davanti questa bozza e rifletto con perplessità sui cambiamenti intervenuti: il clima generale di disagio non è affatto cambiato, tuttavia scorgo sempre più frequentemente desiderio di dialogo e di condivisione. Forse perché ci si sente più forti quando non ci si sente soli